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Droane
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mwfgDroane (pronunciato mwfwDroàne) è una mwgafrazione del mwgqcomune di mwggValvestino, nella mwgwomonima valle in mwhaprovincia di Brescia.

Droane è per alcuni il più antico insediamento della mwhgVal Vestino e fu una comunità fino al mwhwXVI secolo, periodo in cui la popolazione, secondo una tradizione locale, fu decimata dalla mwiapeste nera.

Situato nella mwigvalle del Droanello dista dal capoluogo mwiwTurano circa 6mwja km e è servita da una strada forestale, manca l'mwjqelettricità. La popolazione consta di una famiglia di quattro abitanti dedita all'allevamento del mwjgbestiame.

Contents

Storia
Natura
Note

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Origine del nome

L'origine del mwkgtoponimo è incerta e secondo Gian Pietro Brogiolo, professore ordinario di Archeologia medievale all'mwkwUniversità di Padova, deriverebbe dalla parola di origine pre-mwlaindoeuropea mwlqdru o mwlgdro che significa "pendio" o "luogo scosceso".

Per altri invece la provenienza è sempre da ricercarsi nel nome mwmadru ma di origine celtica che significa fertile, forte o mwmqquercia indicando così un luogo vocato all'agricoltura o caratterizzato dalla crescita di questo mwmgarbusto, detto anche rovere. Un'ultima ipotesi propende invece a fare derivare l'origine dal nome personale gallico Drinius, Drinia, Dronus o Dronium indicando in tal modo il nome del proprietario del villaggio.

Il mwoatoponimo di Droane è citato per la prima volta nella nominata mwoqbolla di mwogpapa Urbano III del 7 marzo mwow1186. Di origine celtica è pure il toponimo del fondo agricolo di Corsenich (mwpaprediale "cor" (da cortis) più desinenza "senich" celtica) che indicherebbe il nome dell'antico proprietario del luogo.

Storia

Il ritrovamento nel corso degli mwqganni settanta di resti mwqwpaleoantropologici con alcuni scheletri umani in una delle numerose grotte della zona testimoniano la frequentazione mwrapreistorica della zona.

Droane trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche”: mwswStoni o mwtaGalli Cenomani.

Nel mwtgXVII secolo vi trovò rifugio nella grotta detta mwtwCovolo del Martelletto il noto bandito mwuaGiovanni Beatrice, detto Zanzanù, di mwuqGargnano braccato dai soldati veneti e cacciatori di taglie per aver commesso innumerevoli crimini, da allora il riparo fu soprannominato Cuel del Zanzanù. Qui, nel mwug1606, furono uccisi i banditi mwuwEliseo Baruffaldo e Giovan Pietro Sette detto Pellizzaro, complici del Zanzanù, da alcuni cacciatori di taglie e da alcuni nemici del Beatrice che il Provveditore generale in Terraferma, Benedetto Moro, in tutta segretezza, aveva inviato sulle loro tracce. I due vennero catturati e poi uccisi sul posto l'11 novembre mwva1606 in un agguato notturno teso nella Vallata del Droanello, a Lignago e al Covolo del Martelletto, e le loro teste mozzate vennero esposte nella piazza di mwvqSalò per il loro riconoscimentocite-ref-2[2]cite-ref-3[3].

Nel luglio del mwxw1866 fu attraversato dai garibaldini del mwya2º Reggimento Volontari Italiani e allo stesso modo nel maggio del mwyq1915 dai fanti italiani del mwyg7º Reggimento bersaglieri.

Nel gennaio del mwza1992 il villaggio fu pericolosamente lambito da un mwzqincendio boschivocite-ref-4[4].

Contesa per il possesso del villaggio di Droane

Il centro di Droane, insieme a tutta la mwcaVal Vestino, era posto al confine tra il mwcqprincipato vescovile di Trento e il territorio della mwcgrepubblica di Venezia. Nel corso del mwcwXIII e mwdaXIV secolo fece parte dei possedimenti della famiglia mwdqLodron. Agli inizi del mwdgXV secolo, senza che sia possibile determinare in che modo fosse avvenuto il passaggio, era in possesso del comune di mwdwTignale.

Approfittando della disputa sul possesso di Droane sorta tra i comuni di mweqTignale e mwegGargnano in seguito ad una delimitazione di confini siglata nel mwew1401, i mwfaLodron si intromisero con il proposito di recuperare l'antico feudo, stabilendo inoltre una continuità territoriale nei propri domini, che all'epoca comprendevano anche il vicino feudo gardesano di Muslone. Nel mwfq1446 alcuni abitanti del comune di Gargnano avevano tentato di occupare con la forza Droane e anche il conte mwfgGiorgio Lodron, insieme al fratello Pietro, avevano tentato di impadronirsene. I procedimenti giudiziari intentati davanti al mwfwprovveditore di mwgaRiva del Garda si protrassero per due anni.cite-ref-5[5]. Il senato veneziano rinviò la questione ai rettori di mwhqBresciacite-ref-6[6], ma solo dopo altri undici anni, nel mwig1469 la disputa si concluse con la siglatura di un accordocite-ref-7[7].

I Lodron tuttavia non rispettarono l'accordo e qualche anno dopo tentarono nuovamente di impadronirsi in armi di Droane. Ne derivò un altro processo, nel quale fu ribadita nel mwla1482 l'attribuzione di Droane al comune di mwlqTignale e condannati circa 200 imputati al pagamento di una multacite-ref-8[8].

La sentenza tuttavia non venne effettivamente applicata e i conti Lodron mantennero di fatto il possesso della montagna e degli edifici per la raffinazione della mwmwpece esistenti a Droane che veniva commerciata con la mwnaRepubblica di Venezia e usata nel suo Arsenale per il mwnqcalafataggio delle navi. Per tutto il mwngXVI secolo si ebbero continue lagnanze del comune di Tignale presso il Senato e la magistratura di mwnwVenezia. Il 27 gennaio del mwoa1519, come trascrive il diligente cronista e diplomatico veneto, mwoqMarin Sanudo il Giovane, nei suoi mwogDiarii, il Senato veneto intimava al provveditore e capitano di mwowSalò di desistere dal molestare e vessare con le armi gli abitanti di Droane restituendo loro tutta la gran quantità di oggetti e denari che furono indebitamente sottratti, pagando in più i molti danni ivi causati e rilasciando, nei giorni seguenti, uno dei servitori dei mwpaLodron incarcerati. Sempre nel gennaio dello stesso anno, il capitano di mwpqSalò revocava il bando, da lui precedentemente emesso, nel tempo di tregua, concernente il bando emesso dal provveditore di Riva del Garda che decretava l'espulsione dai territori di dominio veneto di Valdino di Pietro figlio di Andrea Viani, Bartolino di Antonio e Stefano Viani di Bertolina, tutti abitanti di mwpgMagasa, a causa della loro morte, per esser stati sorpresi, durante la passata guerra, a condurre via i propri animali dalla Val Vestinocite-ref-9[9].

Le spese sostenute nella contesa con Tignale generarono un'ulteriore disputa in merito alla loro spartizione tra le comunità di mwsaMagasa, mwsqPersone, mwsgTurano, mwswArmo e mwtaMoernacite-ref-10[10]

Alla fine del XVI secolo la disputa si concluse, principalmente per un'epidemia di mwugpeste che secondo la tradizionecite-ref-11[11] avrebbe decimato la popolazione di Droane: il paese fu abbandonato e gli edifici caddero in rovina. Il 30 maggio del mwvw1589 il conte mwwaSebastiano Paride Lodron riconobbe ufficialmente i confini tra il comune di Tignale e gli altri comuni della mwwqVal Vestino, fissati in un accordo stipulato il 12 e il 13 marzo di quello stesso anno.

Con il trattato di mwwwRovereto del 31 agosto mwxa1752, stipulato fra l'mwxqAustria e la mwxgRepubblica di Venezia, il territorio di Droane veniva riassegnato al comune di mwxwTurano (Valvestino) e alla mwyacontea di Lodronecite-ref-12[12].

La nascita del confine tra il trentino e il bresciano. Il confine di Stato e i cippi austro-veneti

Droane fu terra di confine da tempi immemori tra le comunità della mwzwVal Vestino e quella di mw0aGargnano, infatti è accertato che le due terre seguirono destini diversi già a partire dal mw0q1027, quando mw0gCorrado II il Salico, imperatore del Sacro Romano Impero e Re d'Italia, donò la contea di Trento, quindi anche la mw0wVal Vestino, al vescovo mw1aUdalrico II e ai suoi successori e, nel mw1q1035, fece lo stesso donando il territorio di mw1gGargnano, al vescovo di Brescia, Ulderico Icite-ref-13[13], e ai suoi successori. Da allora il mw2wvescovo di Trento rivestì anche il titolo di principe del mw3aSacro Romano Impero ed ebbe nelle sue mani il potere spirituale e quello temporale. Poco anni dopo le terre di mw3qVal Vestino furono aggregate nuovamente al Trentino insieme alla mw3gvalle di Ledro, mw3wRiva del Garda, Vallagarina, le mw4aGiudicarie, mw4qTignale e mw4gBagolino entrando nella sfera di influenza germanica. È presumibile che da quel periodo il monte divenisse confine. Dal 1337 al 1426 segnò la frontiera con la signoria dei mw4wVisconti, dei mw5aMalatesta (dal 1404) e con il mw5qDucato di Milano, successivamente lo fu con la mw5gRepubblica di Venezia, quando il 21 agosto del 1752 a seguito del trattato di Rovereto, stipulato tra l'impero d'Austria e la mw5wSerenissima, ne furono determinati nuovamente i confini di Stato con la collocazione nell'anno seguente, il 1753, di numero 34 cippi di pietra calcarea e numero 5 incisioni nella roccia sui soli confini della Val Vestino. Tra questi si cominciò con il n. 9 sul mw6amonte Cingolo Rosso, il n. 16 sul mw6qmonte Stino, il numero 20 sul Dosso di Comione presso l'antica dogana, il n.25 fu posto sulla sommità del mw6gmonte Vesta, il n. 29 sulla Cocca di mw6wBollone, il n. 30 sul mw7amonte Pinel, il n.32 sulla strada da Bollone a Fassane, il n. 35 nella Valle di mw7qCadria e l'ultimo il n.43 sul mote Puriacite-ref-14[14]. Questi, dopo la caduta di Venezia del 1797, la parentesi napoleonica e austriaca riguardante l'occupazione della Lombardia, continuarono a determinare il confine di Stato con il mw8gRegno d'Italia dal 1859 fino al 1918 e successivamente quello comunale fino ai tempi odierni.

Il vecchio confine di Stato di Lignago. Il Casello di Dogana di Gargnano detto della Patoàla e le sue due sezioni

Il territorio della Val Vestino divenne italiano ufficialmente il 10 settembre 1919 con il mw-qtrattato di pace di Saint Germain: verso il 1934 fu posizionata per volontà dell'allora segretario comunale di mw-gTurano, Tosetti, una targa lapidea all'inizio della mw-wValle del Droanello presso l'ex strada provinciale che correva lungo il greto del mw-atorrente Toscolano, nella località Lignago. Essa indicava il vecchio confine esistente tra il mw-qRegno d'Italia e l'Impero d'Austria-Ungheria dal 1802 fino al termine della mw-gGrande Guerra, nel mw-w1918. Questa lapide fu poi ricollocata con la costruzione dell'invaso artificiale nel mwaqa1962 nella posizione attuale, sempre in località Lignago, presso il terzo ponte del mwaqelago di Valvestino, detto della Giovanetti prende il nome dalla ditta che lo costruìcite-ref-15[15], mentre a poca distanza da questa l'edificio della vecchia caserma della Patoàla della mwaqyRegia Guardia di Finanza è oggi sommerso dalle acque della diga. Questo era stato costruito nel XIX° secolo, quando ancora il lago non c’era, serviva a controllare il transito delle merci attraverso il confine. Fu poi dismesso dopo la fine della guerra e delle ostilità, esattamente nel 1919.

Un casello di mwaqgDogana esisteva originariamente al Ponte Cola, già a partire dal mwaqk1859 a seguito della cessione da parte dell'Austria, sconfitta, della mwaqoLombardia al mwaqsRegno d'Italia, precisamente sul Dosso di Vincerì, ove sorge l'attuale diga del mwaqwlago di Valvestino. Infatti il 30 dicembre 1859 il re Vittorio Emanuele II istituì nelle provincie della Lombardia gli uffici di dogana a mwaq0Gargnano, mwaq4Salò, mwaq8Limone del Garda, mwaraAnfo, mwarePonte Caffaro, mwariBagolino e Hano (mwarmCapovalle), quest'ultimo dipendente dalla sezione di mwarqMaderno e dall'Intendenza di Finanza di Brescia. Due mesi dopo, con la circolare del 20 febbraio 1860 n.1098-117 della Regia Prefettura delle Finanze inviata alle Intendenze di Finanza del Regno si emanavano le prime disposizioni a riguardo della vigilanza sulla linea di confine di Stato e prevedeva che: "Nella Provincia di Brescia e sotto la dipendenza di quell'Intendenza delle Finanze si stabilirà un'altra Sezione della Guardia di finanza che avrà il N. XIII ed il cui Comando risiederà a Salò, per la Dirigenza dei Commissariati di mwaruSalò e di Vestone, e inoltre di un Distretto di Capo indipendente a Tremosine incaricato della sorveglianza del territorio al disopra di mwaryGargnanocite-ref-16[16]".

Nel mwarw1870 era già attiva la sezione del Casello di Gargnano presso l'abitato di Hano, sul Dosso Comione, a controllo dell'accesso carrabile della Val Vestino verso mwar0Moerna e come ricevitore reggente di 8ª classe figurava Vincenzo Bertanzon Boscarini. Ma è nel mwar41874 con il riordino delle dogane che il casello fu spostato più a nord in località Patoàla e chiamato nei documenti ufficiali Casello di mwar8Gargnano con due sezioni di Dogana: una a Bocca di Paolone e l'altra a Hano, mwasaCapovalle, in località Comione. Secondo la legge doganale Italiana del 21 dicembre mwase1862, i tre caselli essendo classificati di II ordine classe 4^, avevano facoltà di compiere operazioni di esportazione, circolazione e importazione limitata, e III classe per l'importanza delle operazioni eseguite, era previsto che al comando di ognuno vi fosse un sottufficiale, un brigadiere. I militari della mwasiRegia Guardia di Finanza dipendevano gerarchicamente dalla tenenza del Circolo di mwasmSalò per il Casello di Gargnano (Patoàla), la sezione di Bocca di Paolone e la caserma di mwasqmonte Vesta, la sezione di Hano (Comione) dalla tenenza di Vesio di mwasuTremosine, mentre le Dogane dalla sede della Direzione di Verona.

La caserma sul mwascmonte Vesta e quella di Bocca Paolone furono costruite nel 1882, quest'ultima fu ampliata nel 1902 ed era considerata una sezione della Dogana, come quella di mwasgHano a Comione i cui lavori di rifacimento terminarono nel 1896, in quanto collocata in un luogo distante dalla linea doganale, classificato come un posto di osservazione per vigilare ed accettare l'entrata e l'uscita delle merci. Le casermette dette demaniali di mwaskmonte Vesta con quelle di Coccaveglie a mwasoTreviso Bresciano e più a sud del Passo dello Spino a mwassToscolano Maderno e della Costa di Gargnano completavano la cinturazione della Val Vestino con lo scopo principale del controllo dei traffici e dei pedoni sui passi montani. Le merci non potevano attraversare di notte la linea doganale, ossia mezz'ora prima del sorgere del sole e mezz'ora dopo il tramonto dello stesso. Era previsto dalle disposizioni legislative che la "Via doganale" fosse "la strada che dalla valle Vestino mette nel regno costeggiando a diritta il fiume Toscolano: rasenta quindi la cascina Rosane e discende al fiume Her, ove si dirama in due tronchi, uno dei quali costeggiando sempre il detto fiume conduce a Maderno e l'altro per la via dei monti discende a mwaswGargnano". Le pene per il contrabbando erano alquanto severe, prevedendo oltre all'arresto nei casi più gravi, la confisca delle merci o il pagamento di un valore corrispondente, la perdita degli animali da soma o da traino, dei mezzi di trasporto sopra cui le merci fossero state scoperte. Temperava, però, tale eccessivo rigore, il sistema delle transazioni, grazie alle quali era possibile concordare l'entità della sanzione applicabile, anche con cospicue riduzioni della pena edittale.

A seguito del trattato commerciale tra il Regno e l'mwas4Austria Ungheria del 1878 e del mwas81887 furono consentite particolari agevolezze ad alcuni prodotti pastorali importati dalla Val Vestino qualora fossero accompagnati dal certificato d'origine. Era previsto che la Dogana di Casello della Patoàla nel comune di mwataGargnano, della sezione di Casello di Bocca di Paolone a mwateTignale o della mwatisezione di Casello di Comione a mwatmCapovalle dovessero ammettere, come una riduzione del 50 per cento sul mwatqdazio: 25 quintali di formaggio, 65 di burro e 30 di carne fresca.

Nel mwaty1892 le esenzioni fiscali fin lì praticate non furono bene accolte da alcuni politici del parlamento del Regno, che sottolinearono negli atti parlamentari: "Né vogliamo passare sotto silenzio i pensieri che hanno destato in noi le nuove clausole per la mwatcmagnesia della mwatgValle di Ledro e i prodotti pastorali di Val Vestino. Con queste clausole si aumenta, a favore dell'mwatkAustria, il numero, già abbastanza ragguardevole, delle eccezioni, mediante le quali le due parti contraenti accordano favori ristretti ai prodotti di determinate provincie. Vivi e non sempre ingiusti sono i reclami sollevati in varie parti del Regno da questa parzialità di trattamento e sarebbe stato desiderabile che, come fu fatto nel 1878 rispetto ai vini comuni, si tentasse di estendere i patti dei quali si discorre a tutte le provincie. Non dubitiamo che il Governo italiano si sia adoperato a tal fine con intelligente sollecitudine, ma dobbiamo rammaricarci che non ha ottenuto l'intento"cite-ref-17[17]. Nello stesso anno, l'Intendenza di Finanza di Brescia rendeva noto che con decreto regio del 25 settembre, la sezione di Hano della Dogana di Gargnano veniva elevata a Dogana di II ordine e III classecite-ref-18[18].

Nel mwaum1894 l'importazione consisteva in: "Carne fresca della Valle di Vestino importata per la Dogana di Casello, totale 196 q. Burro fresco della Valle Vestino importato per la Dogana di Casello, totale 2.048 q. Formaggio della Valle Vestino importato per la Dogana di Casello, totale 63.773 q."cite-ref-19[19].

Nel mwauk1897 l'Annuario Genovese chiariva le nuove disposizioni riguardanti la fiscalità dei prodotti importati: "Per effetto del trattato con l'mwauoAustria-Ungheria, il burro di Valle Vestino, importato per la dogana di Casello con certificati di origine, rilasciati dalle autorità competenti, è ammesso al dazio di lire 6,25 il quintale se fresco, ed al dazio di lire 8,75 il quintale, se salato, fino alla concorrenza di 65 quintali per ogni anno. Per effetto del trattato con l'Austria-Ungheria, il mwausbrindsa, specie di formaggio di pecora o di capra, di pasta poco consistente, e ammesso al dazio di lire 3 il quintale, fino alla concorrenza di 800 quintali al massimo per ogni anno, a condizione che l'origine di questo prodotto dell'Austria-Ungheria sia provata con certificati rilasciati dalle autorità competenti. Per effetto dello stesso trattato, il formaggio (escluso il mwauwbrindza) della Valle Vestino, importato per la dogana di Casello con certificati di origione rilasciati dalle autorità competenti, e ammesso al dazio di lire 5,50 il quintale fino alla concorrenza di 25 quintali per ogni anno"cite-ref-20[20].

Nel mwavi1909 la Direzione delle Dogane e imposte indirette del Regno precisava che i Caselli doganali della Val Vestino erano due, quello della Patoàla e l'altro quello del Dosso Comione a mwavmCapovalle e la via doganale era: "La strada mulattiera, che dalla Val Vestino mette nel Regno per il ponte Her, ove si dirama in due tronchi che mettono l'uno al Casello, Maderno a mwavqGargnano, e l'altro, seguendo le falde del mwavumonte Stino, ad mwavyHano ed mwavcIdro, costituisce la via doganale di terra poi transito delle merci in entrata e uscita. Autorizzata all'attestazione dell'uscita in transito delle derrate coloniali, del petrolio ed altri generi di consumo, compreso il sale, trasportati per la dogana di Riva di Trento e destinati ai bisogni degli abitanti in Val Vestino"cite-ref-21[21].

Tra i vari avvicendamenti di servizio presso il Casello Doganale si ricorda nel mwav01911 quello del brigadiere scelto Aiuto Stefano assegnato, a domanda, alla reggenza della Dogana di mwav4Stromboli che venne sostituito, a domanda, dal mwav8brigadiere Aurelio Calva della Dogana di mwawaLuinocite-ref-22[22].

Il contrabbando del 1800

Il contrabbando delle merci per evitare i dazi di importazione fu un problema secolare per quegli stati confinanti con la mwawcVal Vestino. Già nel 1615 il provveditore veneto di Salò, Marco Barbarigo, riferiva che "non si ha potuto usare tanta diligenza che non se sia passato sempre qualcuno per quei sentieri scavezzando i monti per la Val di Vestino et con proprij barchetti traghettando il lago d'Idro et anco per terra, entrando nella Val di Sabbio nel bresciano andarsene al suo viaggio". In tal modo allertava il mwawgConsiglio dei Dieci sulla permeabilità dei confini di stato nelle zone montane con la stessa Repubblica di Venezia che poteva ovviamente diventare particolarmente pericolosa nel casi di passaggi di banditi, contrabbandieri o per persone che violavano le misure sanitarie eccezionali, la nota "quarantena", che veniva applicata ai viaggiatori provenienti da luoghi dove erano scoppiatecite-ref-23[23].

Verso il 1882 il mwaw4Regno d'Italia completò la cinturazione dei confini di Stato della mwaw8Val Vestino con la costruzione dei tre citati Caselli di Dogana presidiati dai militi della mwaxaRegia Guardia di Finanza. Le cronache narrano che presso il Casello di Dogana di Gargnano, della Patoàla, il professor mwaxeBartolomeo Venturini era solito nascondere il tabacco nel cappello per sfuggire ai controlli e alla tassazione.

Nel 1886 una relazione dell'amministrazione delle gabelle del Regio ministero delle Finanze affermava che il contrabbando era favorito dall'aggravamento delle tasse di produzione del Regno, dei dazi di confine e del prezzo dei tabacchi. La frontiera dell'Austria-Ungheria, presidiata da pochi agenti era particolarmente estesa e costoro non erano in grado di contenere "la fiumana di contrabbando irrompente con sfrontata audacia su tutti i punti di questa estesissima linea"cite-ref-24[24]. Così furono instituite nuove Brigate di Finanza tra cui a mwaxcIdro e mwaxgGargnano considerati "punti esposti". mwaxkBollone come mwaxoMoerna, ma in generale tutti gli abitati di Valle e dell'Alto Garda Trentino e Bresciano, terre prossime alla linea di confine, diventarono così un crocevia strategico per il contrabbando di merci tra il territorio della mwaxsRiviera di Salò e il mwaxwTrentino attraverso la zona montuosa del monte Vesta, del mwax0monte Stino e dei monti della Puria. Lo storico toscolanese Claudio Fossati (1838-1895) scriveva nel mwax41894 che il mwax8contrabbando dei valvestinesi era l'unico stimolo a violare le leggi in quanto era fomentato dalle ingiuste tariffe doganali, dai facili guadagni e dalla povertà degli abitanticite-ref-25[25].

Nel 1894 è documentato il contrasto al fenomeno: l'Intendenza di Brescia comunicava che il brigadiere Rambelli Giovanni in servizio al Casello di Gargnano ottenne il sequestro di chilogrammi 93 di zucchero e chilogrammi 1.500 di tabacco di contrabbando e fu premiato con lire 25cite-ref-26[26]. La guardia Bacchilega Luigi in servizio alla sezione di Dogana di Bocca di Paolone ottenne il sequestro di chilogrammi 47 di zucchero con l'arresto di un contrabbandiere e l'identificazione di un'altra persona, fu premiato con lire 15cite-ref-27[27]. Lo stesso Bacchilega Luigi e la guardia Carta Giuseppe ottennero il sequestro di chilogrammi 70 di zuccherocon l'arresto di un contrabbandiere e furono premiati con lire 30 per la pima operazione e con lire 20 per la secondacite-ref-28[28]. Nello stesso anno il comandante della mwazeRegia Guardia di Finanza del Circolo di Salò ispezionò la sede di mwaziGargnano, il Casello di Gargnano e la sezione di mwazmHano.

Donato Fossati (1870-1949), il nipote, raccolse la testimonianza di Giacomo Zucchetti detto "Astrologo" di mwazuGaino, un ex milite sessantenne della Regia mwazyGuardia di Finanza, pure soprannominato per la sua appartenenza al Corpo, "Spadì", in servizio nella zona di confine tra il finire dell'Ottocento e l'inizio del Novecentocite-ref-29[29], il quale affermava che "mwazsi contrabbandieri due volte la settimana in poche ore, sorpassata la montagna di Vesta allora linea di confine coll'mwazwAustria e calati a Bollone, ritornavano carichi di tabacco, di zucchero e specialmente di alcool, che rivendevano ai produttori d'acqua di cedro specialmente" della mwaz0Riviera di Salò.cite-ref-30[30]. Al contrario per importare merci di contrabbando dal basso mwaailago di Garda, i contrabbandieri di mwaamVal Vestino si avvalevano dell'approdo isolato della "Casa degli Spiriti" a mwaaqToscolano Maderno. Qui sbarcate le merci e caricatele a basto di mulo, salivano per il ripido sentiero di Cecina inoltrandosi furtivamente oltre la linea doganale eludendo così la vigilanza della Regia Guardia di Finanza. Noto è pure il caso a fine secolo, del brigadiere del Casello di Gargnano che recandosi, senza armi e in abiti civili, a Bollone per compiere le indagini sul traffico illecito di confine, creò un caso diplomatico tra i due Paesicite-ref-31[31].

Nel mwaao1903 una forte scossa di terremoto fu avvertita al Casello di mwaasGargnano passata la mezzanotte del 30 al 31 maggio producendo dei danni lievi alla struttura senza pregiudicarne l'operatività mentre riferirono i militari che passò inosservata la scossa principale delle 8 e trenta del 29 maggiocite-ref-32[32].

I primi giorni della Grande Guerra. L'avanzata dei bersaglieri italiani

mwabiCima Gusaur e mwabmCima Manga in mwabqVal Vestino facevano parte fin dall'inizio della mwabuGrande Guerra dell'mwabyImpero austro-ungarico e furono conquistate dai bersaglieri italiani del 7º Reggimento nel primo giorno del conflitto, il mwabc24 maggio 1915, sotto la pioggia. In vista dell’entrata in guerra del mwabgRegno di Italia contro l’mwabkImpero austro-ungarico, il Reggimento fu mobilitato sull’Alto Garda occidentale, inquadrato nella 6ª Divisione di fanteria del III Corpo d’Armata ed era composto dai Battaglioni 8°, 10° e 11° bis con l'ordine di raggiungere in territorio ostile la prima linea Cima Gusaner (mwaboCima Gusaur)-Cadria e poi quella Bocca di Cablone-Cima Tombea-mwabsMonte Caplone a nord.

Il 20 maggio i tre Battaglioni del Reggimento raggiunsero Liano e Costa di mwab0Gargnano, Gardola a mwab4Tignale e Passo Puria a mwab8Tremosine in attesa dell’ordine di avanzata verso la mwacaVal Vestino. Il 24 maggio i bersaglieri avanzarono da Droane verso Bocca alla Croce sul mwacemonte Camiolo, mwaciCima Gusaur e l'abitato di Cadria, disponendosi sulla linea che da monte Puria va a Dosso da Crus passando per mwacmMonte Caplone, Bocca alla Croce e mwacqCima Gusaur. Lo stesso 24 maggio, da Cadria, il comandante, il colonnello Gianni Metellocite-ref-33[33], segnalò al Comando del Sottosettore delle Giudicarie che non si trovavano traccia, né si sapeva, di lavori realizzati in Valle dal nemico, le cui truppe si erano ritirate su posizioni tattiche al di là di Val di Ledro. Evidenziava che nella zona, priva di risorse, con soltanto vecchi, donne e fanciulli, si soffriva la fame. Il giorno seguente raggiunsero il mwackmonte Caplone ed il mwacomonte Tombea senza incontrare resistenzacite-ref-34[34]. Lorenzo Gigli, giornalista, inviato speciale al seguito dell'avanzata del regio esercito italiano scrisse: "L'avanzata si è svolta assai pacificamente sulla strada delle Giudicarie; e uguale esito ebbe l'occupazione della zona tra il Garda e il lago d'Idro (valle di Vestino) dove furono conquistati senza combattere i paesi di Moerna, Magasa, Turano e Bolone. Le popolazioni hanno accolto assai festosamente i liberatori; i vecchi, le donne e i bambini (chè uomini validi non se ne trova no più) sono usciti incontro con grande gioia: I soldati italiani! Gli austriaci, prima di andarsene, li avevano descritti come orde desiderose di vendetta. Ed ecco, invece, se ne venivano senza sparare un colpo di fucile... A Magasa un piccolo Comune della valle di Vestino i nostri entrarono senza resistenza. Trovarono però tutte le case chiuse. L'unica persona del paese che si poté vedere fu una vecchia. Le chiesero: "Sei contenta che siano venuti gli italiani?". La vecchia esitò e poi rispose con voce velata dalla paura: "E se quelli tornassero?". «Quelli», naturalmente, sono gli austriaci. Non torneranno più. Ma hanno lasciato in questi disgraziati superstiti un tale ricordo, che non osano ancora credere possibile la liberazione e si trattengono dall'esprimere apertamente la loro gioia pel timore di possibili rappresaglie. L'opera del clero trentino ha contribuito a creare e ad accrescere questo smisurato timore. Salvo rare eccezioni (nobilissima quella del mwac8principe vescovo di Trento, imprigionato dagli austriaci), i preti trentini sono i più saldi propagandisti dell'Austria. Un ufficiale mi diceva: "Appena entriamo in un paese conquistato, la prima persona che catturiamo è il prete. Ne vennero finora presi molti. È una specie di misura preventiva..."cite-ref-35[35]. Il 27 maggio occuparono più a nord Cima spessa e Dosso dell’Orso, da dove potevano controllare la Val d’Ampola, e il 2 giugno Costone Santa Croce, Casetta Zecchini sul monte Calva, mwadqmonte Tremalzo e Bocchetta di Val Marza. Il 15 giugno si disposero tra Santa Croce, Casetta Zecchini, Corno Marogna e Passo Gattum; il 1º luglio tra Malga Tremalzo, Corno Marogna, Bocchetta di Val Marza, Corno spesso, Malga Alta Val Schinchea e Costone Santa Croce. Il 22 ottobre il 10º Battaglione entrò in Bezzecca, Pieve di Ledro e Locca, mentre l’11° bis si dispose sul mwadumonte Tremalzo. Nel 1916 furono gli ultimi giorni di presenza dei bersaglieri sul fronte della Val di Ledro: tra il 7 e il 9 novembre i battaglioni arretrarono a mwadyStoro e di là a mwadcVobarno per proseguire poi in treno verso mwadgCervignano del Friuli e le nuove destinazioni.

Monumenti e luoghi di interesse

Architetture religiose

La chiesa di san Vigilio

Il mwad0santo patrono della frazione è mwad4san Vigilio che secondo la tradizione evangelizzò queste zone. È festeggiato il 26 giugno con una distribuzione del pane secondo gli antichi dettami di un lascito testamentario. La chiesa è nominata per la prima volta nella bolla di mwad8papa Urbano III del 7 marzo 1186 e fu visitata da delegati del mwaeavescovo di Trento nel mwaee1750. Essendo pericolante fu ricostruita nel mwaei1877 nei pressi dell'antica.

La chiesetta di san Michele Arcangelo

Si trovava sul dosso prospiciente la Valle del mwaeksan Michele in località Pavarì, secondo la tradizione, a poche decine di metri dai ruderi da quello che era l'antico paese di Droane caduto in rovina nei secoli passati a causa della mwaeopeste ed era dedicata al culto di mwaessan Michele arcangelo. Sepolto da uno strato di terra, conserva ancora l'antico pavimento e il pietrame rimasto fu sistemato nel mwaew1880 quando in corso d'opera fu rinvenuta una croce d'oro dalla dimensioni di dieci centimetri, forse di origine longobarda, che venne portata a mwae0Bollone dal suo curato don Bartolomeo Iseppi (mwae41830-mwae81897). Incerto è pure l'anno di costruzione in quanto non esiste documentazione di sorta e non è mai citata negli atti visitali della mwafadiocesi di Trento; quindi si può verosimilmente ipotizzare che il piccolo edificio religioso fosse un capitello o una sancetta votivacite-ref-36[36]cite-ref-37[37].

Siti naturali

Il Cùel Zanzanù

Il Cùel Zanzanù situato in località Martelletto nella parte meridionale mwaf4Valle del Droanello fu un noto rifugio di briganti del mwaf81600. Da Droane è raggiungibile con un agibile sentiero e dista 40 minuti di camminata.

Natura

La pozza d'abbeverata del "Pavarì di Sopra"

La pozza presente presso il fondo del Pavarì di proprietà oggi dell'ERSAF-Lombardia, un tempo della famiglia Pace di mwagmMagasa, detta comunemente "lavàc del Pavarì", ha un ruolo fondamentale per il mantenimento dell'attività pascoliva della fauna selvatica e del bestiame dell’area legata all'alpeggio, ma anche per la tutela della biodiversità degli habitat e delle specie, rettili e anfibi in particolare, che attraverso questi specchi d’acqua possono trovare un luogo ideale per la loro riproduzione come la mwagqBiscia dal collare (mwaguNatrix helvetica) o i girini di mwagyRana montana e mwagcRospo comune. La tradizione locale riporta che, data la mancanza nella zona di sorgenti e corsi d'acqua, la pozza esistesse da secoli e la tecnica per realizzarla consistesse in uno scavo manuale nell'area di impluvio del pendio della montagna per facilitare il successivo riempimento con la raccolta naturale dell'acqua piovana, di percolazione o dello scioglimento della neve. Il problema principale incontrato dai contadini consisteva nell'impermeabilizzazione del fondo: spesso il semplice calpestio del bestiame, con conseguenze compattazione del suolo, non era sufficiente a garantire la tenuta dell'acqua a causa del basso contenuto in mwaggargilla del terreno presente, per cui era necessario distribuire sul fondo uno strato di buon terreno argilloso reperito nelle immediate vicinanze, come in questo caso. Spesso non essendo possibile causa la diversità del terreno, sul fondo veniva compattato uno spesso strato di terra e fogliame di faggio, in grado di costituire un feltro efficace a trattenere l'acqua. Per garantire un sufficiente apporto di acqua necessario al riempimento della pozza, o per incrementarlo, spesso era necessario realizzare piccole canalizzazioni superficiali, scavate lungo il versante adiacente per intercettarne anche una modesta quantità. La manutenzione periodica, di norma annuale, consisteva principalmente nell'asporto del terreno scivolato all'interno per il continuo calpestio del bestiame in abbeverata e dell'insoglio della fauna selvatica. Si provvedeva inoltre alla ripulitura della vegetazione acquatica per mantenere la funzionalità della pozza evitando che vi si accrescesse eccessivamente all'interno accelerandone il naturale processo di interramento. In queste fasi veniva posta particolare attenzione in quanto si correva il rischio di rompere la continuità dello strato impermeabile e comprometterne la funzionalità; si preferiva ad esempio non rimuovere eventuali massi presenti sul fondo. La pozza caduta in disuso da decenni fu rimaneggiata dall'ERSAF Lombardia nel 2004-2007 con il "progetto Life natura riqualificazione della biocenosi in Valvestino e Corno della Marogna"cite-ref-38[38].

La pratica delle carbonaie

Nel territorio di Droane sono presenti numerose e antiche aie carbonili simbolo di una professione ormai scomparsa da decenni. Quella della mwag8carbonaia, "pojat" in dialetto locale, era una tecnica molto usata in passato in gran parte del territorio alpino, subalpino e appenninico, per trasformare la legna, preferibilmente di faggio, ma anche di abete, carpino, larice, frassino, castagno, cerro, pino e pino mugo, in carbone vegetale. I valvestinesi erano considerati degli esperti carbonai, carbonèr così venivano chiamati, come risulta anche dagli scritti di mwahaCesare Battisticite-ref-39[39]cite-ref-40[40]. I primi documenti relativi a questa professione risalgono al XVII secolo, quando uomini di mwahkVal Vestino richiedevano alle autorità della mwahoSerenissima i permessi sanitari per potersi recare a Firenze e a Venezia. Essi esercitarono il loro lavoro non solo in Italia ma anche nei territori dell'ex mwahsimpero austro-ungarico, in special modo in mwahwBosnia Erzegovina, e negli mwah0Stati Uniti d'America di fine Ottocento a mwah4Syracuse-mwah8Solvaycite-ref-41[41].

Nonostante questa tecnica abbia subito piccoli cambiamenti nel corso dei secoli, la carbonaia ha sempre mantenuto una forma di montagnola conica, formata da un camino centrale e altri cunicoli di sfogo laterali, usati con lo scopo di regolare il tiraggio dell'aria. Il procedimento di produzione del carbone sfrutta una combustione imperfetta del legno, che avviene in condizioni di scarsa ossigenazione per 13 o 14 giornicite-ref-42[42].

Queste piccole aie, dette localmente "ajal", "jal" o "gial", erano disseminate nei boschi a distanze abbastanza regolari e collegate da fitte reti di sentieri. Dovevano trovarsi lontane da correnti d'aria ed essere costituite da un terreno sabbioso e permeabile. Molto spesso, visto il terreno scosceso dei boschi, erano sostenute da muri a secco in pietra e nei pressi il carbonaio vi costruiva una capanna di legno per riparo a sé e alla famiglia. In queste piazzole si ritrovano ancor oggi dei piccoli pezzi di legna ancora carbonizzata. Esse venivano ripulite accuratamente durante la preparazione del legnamecite-ref-43[43].

A cottura ultimata si iniziava la fase della scarbonizzazione che richiedeva 1-2 giorni di lavoro. Per prima cosa si doveva raffreddare il carbone con numerose palate di terra. Si procedeva quindi all'estrazione spegnendo con l'acqua eventuali braci rimaste accese. La qualità del carbone ottenuto variava a seconda della bravura ed esperienza del carbonaio, ma anche dal legname usato. Il carbone di ottima qualità doveva "cantare bene", cioè fare un bel rumore. Infine il carbone, quando era ben raffreddato, veniva insaccato e trasportato dai mulattieri verso la Riviera del Garda per essere venduto ai committenti. Di questo carbone si faceva uso sia domestico che industriale e la pratica cadde in disuso in Valle poco dopo la seconda guerra mondiale soppiantato dall'uso dell'energia elettrica, del gasolio e suoi derivaticite-ref-44[44].

La resinazione

L’estrazione della resina delle conifere, fu un'attività fiorente nella mwajuVal Vestino del mwajy1700, quando proprio di qui passava sulle creste del mwajcmonte Stino e del mwajgmonte Vesta, nel fondovalle del torrente Toscolano e del torrente Droanello l’antico confine tra la l'Impero d'Austria e la mwajkRepubblica di Venezia. La mwajoVal Vestino era in quei tempi una discreta produttrice di mwajstrementina, detta "di Venezia" o "Tia de rasa" in loco, che scaldata in una caldaia di rame, distillata e messa in botti dai piciari, era la fonte di un redditizio commercio con la vicina Repubblica Veneta, che impiegava il derivato della resina in molteplici usi, nella medicina, come lubrificante dei violini, nella formazione di mastici per sigillare le botti, in ambito militare per saldare le punte sulle frecce o distillare oli o altro ancora. Sembra quindi certa l’ipotesi dell’origine dei toponimi del nome monte Pinèl, monte Pine, località Pinedo, Borgo Fornèl a mwajwMagasa, di attribuirla all'attività estrattiva e alla presenza di un impianto per la raffinazione non solo della resina, detta "pece bianca" quando essiccata, ma anche alla distillazione secca del legno per la produzione di pece navale, detta pece nera o greca, che si estraeva dai ceppi delle conifere e veniva usata proprio per calafatare le navi dell'arsenale marittimo veneto o come materiale incendiario. L'ottenimento della pece nera prevedeva la tecnica dell'allestimento dei "Forni", o caldaie interrate e sigillate con l'argilla e con un pertugio sul fondo; sovrastate da modeste cataste di legname come quelle costruite per la produzione del carbone alle quali veniva appiccato il fuoco. In essi si cuoceva il legno di pini tagliato in assicelle assieme ad altre sostanze resinose fino all'estrazione di un pergolato, la pece, che tramite una canaletta di legno veniva raccolta in stampi di legno, si faceva raffreddare e poi si commerciava.

Note

cite-note-template-divisione-amministrativa-abitanti-11. mwakmCensimento ISTAT 2001
cite-note-22. Archivio di stato di Venezia, Consiglio dei dieci, Comuni, filza 261, 15 novembre 1606.
cite-note-33. Claudio Povolo,mwako Liturgie di violenza lungo il lago. Riviera del Garda tra il '500 e '600, Vobarno, 2010.
cite-note-44. mwak4mwak8mwalaArticolo del quotidiano Il Corriere della Sera del 3 gennaio 1992, su mwalearchiviostorico.corriere.it.
cite-note-55. In seguito agli scontri, il mwaluprovveditore di mwalyRiva del Garda, Nicola Sanudo, intentò un processo ad alcuni abitanti di mwalcGargnano che avevano danneggiato beni di Mafezolo da mwalgMagasa, Francesco Franzosi e Faustino Roncetti, proprietari di edifici adibiti alla raffinazione della mwalkpece. Il mwalo23 luglio del mwals1456 in un nuovo processo, istruito sempre davanti al provveditore di mwalwRiva del Garda, comparvero come imputati il conte mwal0Giorgio Lodron e il fratello Pietro Lodron, accusati a loro volta dai sindaci e procuratori tignalesi di aver tentato più volte l'occupazione del villaggio e della montagna. La causa procedette senza risultato per due anni, ostacolata da lungaggini procedurali e dai cavilli giudiziari ai quali i conti si appellavano
cite-note-66. L'8 luglio del mwame1458 il Senato della Repubblica di Venezia sospendeva ogni atto al banco di Riva e rinviava, senza successo, ai rettori di mwamiBrescia ogni competenza.
cite-note-77. L'accordo che poneva termine alla disputa venne stipulato nella cancellaria del comune di Riva. Erano presenti il mwamyprovveditore Bernardo Tiepolo, il conte Francesco Lodron, figlio del defunto mwamcconte Giorgio, e i sindaci del comune di mwamgTignale. L'accordo consisteva nel sancire il pieno diritto dell'appartenenza del monte e dell'insediamento al comune, che, a sua volta, s'impegnò a pagare 60 ducati ai conti come indennizzo per i danni patiti dai loro sudditi valvestinesi abitanti nel suddetto luogo.
cite-note-88. Il 23 aprile del mwamw1482 a mwam0Riva del Garda il provveditore Simone Goro, dopo aver riesaminato la vicenda, confermava a favore del comune di Tignale la sentenza precedente. Il mese successivo, il 5 maggio, nel pubblico mwam4arengo pronunciò una sentenza di condanna contro i “delinquenti”: “mwam8Giovanni Baruffaldi e figli, Giovanni Viani e figli, Pietro del fu Antonio detto Marsadri e fratello, Angelo del fu Bartolomeo Corsetti e fratelli, Giovanni del fu Bartolomeo, abitanti a Turano; Andrea da mwanaMagasa e figli, Giovanni del fu Tonello, e Giovanni detto Marchetto, Bartolomeo del fu Zanino e Zanino suo fratello, Giovannino del fu Bertolino e figli, Viano del fu Giovanni” e molti altri di mwaneMagasa, mwaniArmo, mwanmMoerna, mwanqPersone e mwanuBollone. Gli accusati erano circa duecento persone, tutti accusati di aver violentemente occupato Droane, incendiando le biade nei campi, sequestrando animali, robe, denaro e lana, distruggendo tre case, il tutto "contrario agli statuti di Riva, a Dio e alla giustizia". I colpevoli vennero condannati al pagamento di 3 lire piccole per “turbata possessione” (Gianpaolo Zeni, mwanyAl servizio dei Lodron. La storia di sei secoli di intensi rapporti tra le comunità di Magasa e Val Vestino e la nobile famiglia trentina dei Conti di Lodrone, Magasa 2007.)
cite-note-99. M. Sanudo, I Diarrii, tomo XVIII, pag. 226.
cite-note-1010. Gli uomini di mwan0Magasa dapprima si erano rivolti, ma inutilmente, con un protesto pubblico redatto dal notaio Bartolo Oralgueto di mwan4Storo, alla contessa Damisella, tutrice del giovane Sebastiano figlio del conte mwan8Ludovico Lodron, poi invocarono l'intervento risolutivo, sperandolo ovviamente a loro favore, dei conti Gerolamo e Francesco, fratelli e uomini sanguinari, ai quali in attesa del giudizio, fermamente e coraggiosamente dichiararono: “mwaoaMa non essendo stato adverso detto protesto, ne alcuna delle altre nostre ragioni, ne per conseguentia condannati detti comuni maxime Turan, Person et Armo, a pagar la loro rata parte di dette spese, per tanto noi poveri homeni della Terra di Magasa, et sudditi de Vostra Illustre Signoria umilmente recorremo da quelle supplicandole non volerne mancare della sua solita ragione, et justitia ma admeter il nostro ragionevole protesto, qual si produce davanti […] aciò se per l'avvenire sarà fatta alcuna singola spesa per li suddetti comuni, noi non siamo tenuti, ne obligadi a pagare, ne contribuire in niuna parte di dette spese con detti comuni, ma in tutte siamo liberati, et di più ne sij reservata, et administrata ragione contro li suddetti comuni di poter ripetere, et recuperare li denari, et robbe altre volte date per noi de Magasa alli suddetti comuni per simile spese fatte, et questo speriamo graziosamente obtener da Vostra Illustre Signoria, si come cosa onesta, justa, ragionevole”.
cite-note-1111. G. Lonati,mwaoq Di una controversia tra i conti di Lodrone ed il Comune di Tignale, in "Commentari dell'Ateneo di Brescia", 1932.
cite-note-1212. Un'ultima accurata descrizione della situazione politica della zona l'apprendiamo da una lettera spedita nel mwaog1785 dal clero locale al mwaokvescovo di mwaooTrento, Pietro Vigilio conte di Thunn, ove si precisava che “mwaosil luogo detto di Droane giace in questa Lodronea Giurisdizione detta mwaowValle di Vestino nelle pertinenze della comunità di Turano la quale pratica sopra di esso le azioni tutte del diritto civile, ma la diretta, ed utile proprietà di quello s'appartiene al rispettabile Pubblico di Tignale, Stato Veneto, cedutogli dalla generosità Lodrona con l'obbligo di dispensarvi nel giorno di Santo Vigilio un Legato, e di far celebrare in quella cappella la Santa Messa e le funerali esequie sopra quei cadaveri, che la furono sepolti. Tale cappella vi fu eretta per comodo degli abitanti, che poi via, via andando, e particolarmente in tempo di contagio mancarono” (Gianpaolo Zeni, mwao0Al servizio dei Lodron. La storia di sei secoli di intensi rapporti tra le comunità di Magasa e Val Vestino e la nobile famiglia trentina dei Conti di Lodrone, Magasa 2007.).
cite-note-1313. Olderico o Odorico.
cite-note-1414. Lionello Alberti e Sergio Rizzardi, Terre di Confine, Brescia, 2010, pp. 111 e 112.
cite-note-1515. I tre ponti che scavalcano il lago artificiale della Valvestino prendono il nome dalle ditte appaltatrici che li costruirono negli anni sessanta del Novecento, così salendo da Navazzo percorrendo la strada provinciale numero 9 si incontra in successione: il ponte Vitti sul rio Vincerì, il ponte della mwapcRecchi a Lignago ove si può notare la vecchia Dogana e infine il ponte della Giovanetti sito sul torrente Droanello.
cite-note-1616. Raccolta degli atti ufficiali delle leggi, dei decreti, delle circolari, pubblicate nel primo semestre 1860, tomo IV parte prima, Milano. 1860, pag.627.
cite-note-1717. La Rassegna agraria industriale, commerciale, politica. I° e 17 gennaio, Napoli, 1892, pag.153.
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cite-note-2828. "Bolettino ufficiale del Corpo della Regia Guardia di Finanza, Roma, 1994, p. 470.
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cite-note-3232. Ufficio centrale di meteorologia e geofisica, Notizie sui terremoti osservati in Italia, Roma, 1903, pag. 286.
cite-note-3333. Il colonnello Gianni Metello, comandò il Reggimento dal 24 maggio al 30 luglio 1915. Promosso al grado di generale nel 1916 fu posto al comando della Brigata fanteria "Udine"; nell'aprile del 1917 fu collocato in aspettativa temporanea di sei mesi a Napoli per infermità non dovute a cause di servizio; in seguito assunse il comando della Brigata Territoriale "Jonio". Metello era nativo di Montecatini Terme, classe 1861. Partecipò a tutte le campagne da mwatqAdua all'Africa Orientale. Decorato di una medaglia d'argento al valor militare e una medaglia di bronzo al valor militare. Fu tra i fondatori Dell'Associazione Nazionale Bersaglieri in provincia di Pistoia nel 1928 e primo presidente fondò la sezione Bersaglieri di mwatuMontecatini Terme nel 1934, divenendone presidente onorario fino alla morte avvenuta in Africa Orientale nel 1937.
cite-note-3434. "La grande guerra nell’Alto Garda Diario storico militare del Comando 7º Reggimento bersaglieri 20 maggio 1915 - 12 novembre 1916", a cura di Antonio Foglio, Domenico Fava, Mauro Grazioli e Gianfranco Ligasacchi, Il Sommolago Associazione Storico-Archeologica della Riviera del Garda, 2015.
cite-note-3535. L. Gigli, La guerra in Valsabbia nei resoconti di un inviato speciale, maggio-luglio 1915, a cura di Attilio Mazza, Ateneo di Brescia, 1982, pp.53, 60 e 61.
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Bibliografia

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• G. Lonati, mwav4Di una controversia tra i conti di Lodrone ed il Comune di Tignale, in "Commentari dell'Ateneo di Brescia", 1932.
• Annalisa Colecchia,mwawa L'Alto Garda occidentale dalla preistoria al postmedioevo: archeologia..., 2004.
• mwawiArcheologia medievale, pubblicato da Edizioni Clusf, 2002.
• Amato Amati, mwawqDizionario corografico dell'Italia, 1868.

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Collegamenti esterni

• mwawkNotizie storiche sul legato pane di san Vigilio, su demologia.it.